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Traduzioni professionali: quanto spende l’Unione europea?

La crisi non risparmia neppure la diversità linguistica. Succede allora che per far quadrare i bilanci delle istituzioni dell’Unione europea si è pensato di tagliare sulle traduzioni professionali, che con il progressivo allargamento dell’Ue e le attuali 23 lingue parlate negli stati membri (saranno 24 il 1° luglio, con l’ingresso della Croazia) rappresentano una spesa sempre più gravosa: le traduzioni necessarie sono lievitate infatti da 2-300 a 2-3000, per un totale annuo di circa 1,76 milioni di pagine e un esborso che si aggira sui 300 milioni di euro.

Ma c’è un modo per contenere i costi e rendere più efficiente lo smaltimento delle pratiche? Se è vero che la Commissione europea ha al momento tre lingue ufficiali (inglese, francese e tedesco), altrettanto vero è che non tutte hanno lo stesso peso, anzi, l’uso del francese è in forte calo nei meeting e il tedesco conserva il suo status di lingua ufficiale solo sulla carta. Partendo da queste considerazioni, in un discorso pronunciato lo scorso febbraio, il presidente tedesco Joachim Gauck ha proposto di risolvere il problema delle traduzioni professionali con l’elezione del solo l’inglese a lingua ufficiale dell’Ue, dal momento che è l’inglese ad affermarsi sempre più come lingua franca tra le giovani generazioni.

Insomma, se nei corridoi di Bruxelles tutti parlassero solo inglese si risparmierebbe tempo e denaro. Favorevoli alla proposta gli stati settentrionali e orientali, mentre quelli meridionali alzano le barricate: secondo alcuni diplomatici francesi questo tipo di omologazione linguistica introdurrebbe in Europa concetti politico-economici che appartengono tipicamente al mondo anglosassone, con la conseguenza di restringere i margini della democrazia, basata proprio sull’accettazione e valorizzazione delle differenze (non da ultimo quelle linguistiche). In segno di protesta, lo scorso dicembre un giornalista del quotidiano francese “Libération” ha rifiutato di partecipare a una conferenza stampa dell’Ue a Dublino perché completamente in inglese, senza traduzione.

A denunciare i risvolti antidemocratici della proposta c’è anche Diego Marani, scrittore e funzionario della direzione generale interpreti alla Commissione europea, il quale sostiene che la spesa per le traduzioni professionali in fondo equivale a qualcosa come due caffè a testa l’anno: cifra davvero abbordabile per assicurare un po’ più di democrazia. Proprio negli uffici di Marani come alternativa al “totalitarismo” inglese si sta sperimentando l’“europanto”, un mix di elementi che attingono al nucleo di varie lingue europee, senza regole grammaticali e con un vocabolario illimitato.

Altre proposte per arrivare alla lingua unica? I bontemponi puntano sul latino, mentre qualcuno rilancia l’esperanto. Intanto, stando a un documento redatto lo scorso anno da un traduttore, nelle pubblicazioni dell’Ue ci sarebbero diverse espressioni inglesi usate in maniera errata: segno che, più che l’inglese autentico, sta nascendo sotto i nostri occhi un nuovo ibrido linguistico che possiamo definire “eurospeak”. Sarà questa la lingua franca del futuro?